April 14, 2006

COSE UN PO' TROPPO SERIE 1

Essere comunicativi è faticoso. Ho fatto la guida ad una mostra di arte contemporanea per un mese, e devo ammettere che è difficile convincere i disinteressati che anche quella è arte. Ora un testo della mitica Vettese mi ha salvato, lo racconto in breve, che ne vale la pena.

Entriamo in una stanza, opera di Felix Gonzales Torres: vediamo in un angolo un mucchio di caramelle che il custode della sala ci invita a prendere e mangiare. L’opera è tutta qui, ecco le reazioni e come difendersi.

“Non si capisce” – Siamo troppo abituati alla comunicazione immediata: un’opera d’arte ha l’ambizione di farsi ricordare di più di uno spot pubblicitario la cui seduzione è immediata.
“Questo lo so fare anche io”#1- La perizia tecnica è solo frutto di studio in una buona scuola. Purtroppo il gusto comune non riconosce ancora che la tecnica sia poco rilevante e che il talento in pittura e scultura non servano più a un granchè.
“Questo lo so fare anche io”#2 – Dalle avanguardie conoscere la tecnica è diventato opportuno ma non necessario, e con il moltiplicarsi delle tecniche aumentano le possibilità espressive: quello che conta per l’artista è il know how più efficace per dare corpo ai propri pensieri (organizzare un happening, per esempio, non deve essere una cosa da tutti i giorni)
“Questo non me lo metterei in casa” – Il legame arte/decorazione ha subìto dei mutamenti. Ormai l’esigenza del decorare è stata assorbita dal design e dall’arredo d’interni, portando un’estetizzazione diffusa anche nelle case dove non si sarebbero comprate opere d’arte. I canoni classici hanno perso univocità (il canone occidentale è entrato in crisi, pensiamo alla diffusione dell’arredo etnico) e hanno acquistato valore puramente simbolico.
“Non mi dice niente” – Se l’opera fosse valutabile secondo la quantità o intensità delle sensazioni generate, assisteremmo ad un disperato tentativo degli artisti di coinvolgere un’audience la più vasta possibile, raggiungendo un livello di appiattimento pari a quello dei reality show televisivi.
“Che brutto” – La seduzione del bello può essere un mezzo per veicolare il significato, ma lo può anche essere il suo opposto. La teoria estetica del brutto esiste dall’Ottocento ed ha la finalità di ottenere risposte emotive forti. La società dell’informazione necessita del bello utilitario, inteso come ciò che attrae in modo immediato. Le modalità espressive dell’arte, per loro natura, si sono allontanate dal gusto comune, lasciando la piacevolezza ad altri settori della società, concentrandosi piuttosto sul valore simbolico.

Tornando a Felix, ci si deve addentrare oltre con l’arte contemporanea. Il cumulo di dolci è il peso equivalente al peso del corpo dell’artista che progettò l’opera quando scoprì di essere condannato dall’AIDS. Siamo negli anni 80, l’aids è legato all’omosessualità, anni in cui un atto amoroso portava piacere a se stessi ma anche contagio agli altri. Così la piacevolezza delle carte scintillanti delle caramelle cambia volto, assume quasi commozione. Il fatto poi che siamo chiamati metaforicamente a distruggere il corpo stesso dell’artista ci mette nella posizione di carnefici. Il valore di quest’opera non è dovuto all’oggetto in sé, che viene consumato e rimpiazzato, e la sua bellezza non è legata a nulla di materiale. Se la si riconosce, è di carattere puramente concettuale. E ora potete tornare a guardare Caravaggio.

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