Oggi al lavoro ho ricevuto un comunicato menoso dall’ufficio stampa di villa Olmi di Como che si vantava di aver superato il record di picazzo -77.000 visite- con quello di magritte (80 mila). Certo, ne son felice, per como e per magritte, ma che gran sorpresa sapere che gli omini chi piovono dal cielo attirino più delle donne tricefale di picazzo! (che è sarà e rimarrà sempre picazzo, un imbroglione che se la spassava nel sistema, lui e le sue magliettine a righe alla francese).
Non mi perdo nel dire le solite cose: generalizzazione, mostre per chi non se ne intende, ma almeno accresce volontariamente la popria ‘conoscenza’, specchietti per allodole (notato i prezzi? Giustificati? In parte sì per i costi d’assicurazione, ma avete visto quanti sponsor? Ve li hanno schiaffati bene sul biglietto, all’ingresso, all’uscita? No brand-no lifelong).
Mostre-evento a parte (era stanto anche un vecchio tema di maturità), allo stesso modo i grandi musei stanno soffrendo dello stesso problema. Nulla rimane nel cuore, è tutto costoso da mantenere, sono tutti mete turistiche ma in realtà dopo il primo piano tutti puntiamo al divanetto.
Siamo sinceri, in europa, visto il Pompidou s’è visto tutto, ci vai 3 o 4 volte, perché le opere sono in rotazione –ne hanno TROPPE!- e poi puo morire felice. Vai a New york e ti vedi il moma (che costa 20 dollari, quasi quanto una mostra un po’ importante in palazzo-cantiere eterno- reale di milano) e poi muori contento anche lì.
Io stessa mi sono stancata di vedere sempre gli stessi artisti, di snobbare sempre gli stressi, di sfuggire ai miei terrori personali (Nitsch, Beuys), poi con la moda dei mutipli è tutto quanto una gran fregatura. O insegui un artista che te fa impazzì (El greco l’ho pescato a budapest mi pare, ma non è un contemporaneo effettivamente) e lì ha senso. Ma di ruote di duchamp ne ho viste perecchie, neanche fossimo in olanda.
Per non parlare delle biennali che crescono come funghi, impossibili realmente da visitare: la buona volontà c’è ma spesso nn è sufficiente, lo dicono anche gli addetti ai lavori, troppo, troppe sedi, il brivido di perdersi il ‘collaterale’(già la parola è un po’ bruttina , no?).
L'industria dello spettacolo e l'industria dell'arte parlano ormai un linguaggio tanto sofisticato da rendere impossibile qualsiasi giudizio definitivo. La mostra non ci convince, ma l'immagine resta: il trucco è svelato, sotto gli occhi di tutti, eppure è impossibile resistergli. Il problema, quindi, non è più la lotta contro la società dello spettacolo: si tratta piuttosto di non scambiare la più grande omelette al mondo con l'ultima opera di Claes Oldenburg.
June 16, 2006
ATROCITY EXHIBITION
a
10:46 AM
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